SAMARCANDA E LA LEGGENDA DELL’ANGELO DELLA MORTE

Nessuna città al mondo ha un nome evocativo quanto Samarcanda, principale nodo carovaniero sull’antica Via della Seta.

Samarcanda “sogno color turchese” come perfettamente definita dal Prof. Franco Cardini, che l’anno scorso le ha dedicato un libro (edito da Il Mulino) e che riassume così: “potenza di una città sognata: ci arrivi e ti stupisci che esista davvero”.

Però oggi non vogliamo raccontarvi delle cupole azzurre e dei mosaici, né del condottiero Tamerlano che la scelse come capitale del suo impero.

Vogliamo utilizzare una delle prime associazioni mentali che si fanno alla pronuncia di Samarcanda, il pezzo di Roberto Vecchioni (di ben 40 anni fa);

www.youtube.com/watch?v=RLQYZ5A4-NQ

che narra della morte ineluttabile, del destino cui ogni uomo non solo non sfugge ma del cui incontro non può decidere la data.

 

Le origini della leggenda sono lontanissime. La 53° sukkah del Talmud Babilonese è una parabola che racconta di come Re Salomone parlò con l’Angelo della Morte. “Perché sei così triste?” gli chiese. “Perché mi hanno ordinato di prendere quei due etiopi” rispose l’Angelo riferendosi a due scribi del re. Salomone volle salvare i suoi uomini e li fece scappare nella città di Luz, ma, appena arrivarono, morirono. Rivedendo l’Angelo, il re gli chiese “Perché sei così felice?”. “Perché hai mandato i due etiopi proprio nel posto in cui li aspettavo”.

Da lì in poi questa idea del destino beffardo, cinico e crudele, ha sollecitato l’immaginario di letterati, da Jean Cocteau a Jorge Luis Borges, da William Somerset Maugham a John O’Hara a Oriana Fallaci. Così come di artisti, pittori, e registi.

Anche secondo voi il destino si diverte a barare con gli uomini?

Se siete stati a Samarcanda, ci avete pensato in modo particolare?

Se non ci siete ancora stati, può essere il posto perfetto per pensarci…

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